Da lunedì inizio il digital detox

Qualche mese fa ho installato l’app Quality Time, per curiosità nel vedere qualche dato sul mio utilizzo e rapporto con lo smartphone. Ho scoperto che mediamente al giorno trascorro 31 minuti su WhatsApp, 40 su Instagram e che il mio cellulare è attivo 2:34 ore.

Pur facendomi un certo effetto (si tratta del 10% del mio tempo), sono numeri bassi rispetto all’utilizzo di dell’accoppiata internet-smartphone a livello global.

Partiamo dai numeri

Leggendo le complete e interessanti analisi di Hootsuite emerge che il 52% dell’intera popolazione mondiale è utente mobile e che il tempo trascorso online da smartphone è in crescita: parliamo di 3:14 ore al giorno.

Ai social – grandi assorbi-tempo delle nostre giornate – dedichiamo 2:16 ore e possediamo circa 9 profili social.

Sono numeri che fanno una certa impressione, soprattutto se si valuta il rapporto tra il tempo trascorso online in generale e da qualunque device (6 ore e 42 minuti), che può essere dedicato anche al lavoro, formazione e informazione, e quello passato sui social, prettamente legato all’intrattenimento e svago, e in parte minore alle relazioni e informazione.

La dipendenza da internet (IAD= Internet Addiction Disease) è una patologia inserita nel famoso DSM (il manuale che racchiude tutti disturbi mentali e, inutile dirlo, diventa di anno in anno più spesso) e presenta sintomi simili a quelli della dipendenza da gioco d’azzardo. Colpisce soprattutto gli adolescenti e porta a disturbi del sonno, della personalità e a difficoltà a relazionarsi con il mondo reale.

Meno grave, ma ben rappresentativo del meccanismo dei social, è il sistema dei “mi piace” – più mi piace abbiamo più si attiva il sistema di reward del nostro organismo (a livello biologico? Una bella scarica di dopamina, la stessa che si libera quando mangiamo un buon piatto o quando ci innamoriamo), che ci porta a voler riprovare la stessa sensazione. Ecco che un contenuto non così apprezzato dai follower può portare a situazioni di ansia e insofferenza.

E oltre ai social, quanti contenuti che non ci nutrono né arricchiscono consumiamo? Ai video di Tasty non resisto proprio, ma probabilmente non cucinerò mai le loro ricette e forse sarebbe più interessante dedicare il tempo alla lettura di un articolo di critica gastronomica di Visintin.

Un trend come risposta

Di questi numeri e conseguenze siamo consapevoli e da qualche anno si parla di “digital detox”, che, secondo l’Urban Dictionary, significa:

“Avoiding digital activities such as checking your phone and logging into facebook for a meaningful period of time, usually the length of a vacation”.

Periodo breve ma significativo in cui spegniamo tutti i device tecnologici e perdiamo le connessioni con i social.

L’obiettivo è quello nobile di combattere casi più o meno gravi di dipendenza dal proprio smartphone, di viversi il momento reale, di riscoprire attività e hobby abbandonati e avere connessioni reali forti con le persone.

La comunicazione che segue questo trend rafforza la necessità di un periodo detossificante raccontando di come lo smartphone possa rendere il nostro cervello meno efficace, e di come anche un solo giorno di digital detox possa riportarlo in condizioni “normali”; ma una ricerca su PubMed (la più grande banca dati di pubblicazioni scientifiche) non ha portato ad evidenze rilevanti di ciò.

C’è chi sfrutta le vacanze per testare un periodo completamente sconnesso e provare a viversi il presente, chi invia i propri figli adolescenti in cliniche specializzate sulla dipendenza da internet, aziende che creano programmi e retreat senza connessioni e addirittura chi paga le persone per trascorrere una settimana isolato dal mondo.

L’azienda Satellite Internet è una di queste, ha infatti creato un concorso il cui vincitore ottiene 1000 dollari per trascorrere una settimana di digital detox, soggiornando in un Airbnb in mezzo al deserto del sud della California, con tutti i comfort possibili ma senza connessione. Pubblicità per loro, ma anche indice di quanto il trend sia ormai una moda consolidata e richiesta (le application per provare a vincere il concorso sono state 15000!).

La soluzione: l’equilibrio

Tutto molto di moda, con un nome che fa tendenza, “digital detox”, ma quali dovrebbero essere le regole di un corretto utilizzo del digitale? Ha senso estraniarsi per una settimana?

Secondo Tony Fadell (il “papà dell’i-Pod”) dovrebbe essere compito delle aziende produttrici di dispositivi mobile definire e supportare gli utenti in un corretto uso degli stessi. Ma non è ancora presente un’esperienza di utilizzo lunga di anni e neanche analisi complete dei dati raccolti per poter dare delle linee guida e regole certe.

Facciamo un parallelismo con l’alimentazione, in cui le evidenze scientifiche e i dati raccolti hanno permesso di formulare indicazioni certe su quali siano le classi di alimenti da consumare e le quantità, nonché il corretto peso e IMC (Indice di Massa Corporea) da avere per essere in salute – indicazioni e scale analoghe mancano ancora per la dieta digitale.

Ed esattamente come una settimana di beveroni dimagranti non è la soluzione ad un periodo di abbuffate, e porta a sofferenza e al ritorno a cattive abitudini non appena concluso il periodo stesso, anche il digital detox avrebbe lo stesso effetto. Faticare e “soffrire” per una settimana per poi ritornare esattamente alle vecchie abitudini non ha alcun beneficio. 

Anzi, il digital detox può anche avere risvolti negativi – si vive in modo stressante e difficoltoso il periodo di stacco completo e si immagina il momento di conclusione come un riavvicinamento ai vari device, che diventano quindi una ricompensa – andando a denigrare completamente tutto quello fatto il periodo precedente.

Continuando con il parallelismo, meglio iniziare una dieta digitale, ben studiata e sostenibile – che permetta di selezionare i contenuti di cui nutrirsi, evitando abbuffate di social media e contenuti inutili.

Viene quindi da chiedersi di chi sia la responsabilità per la scelta e valutazione di questa dieta digital.

  • Dei produttori dei device? Potrebbe, pur essendo sempre legati a logiche di business – fornire un servizio di monitoraggio in cambio di altro
  • Delle istituzioni? Certo, la salute della comunità sarebbe compito loro – ma le tempistiche potrebbero essere un problema
  • Dell’utente? S icuramente. 

Il digital è infatti uno strumento potente, attraverso cui poter accedere ad una quantità di informazioni e contenuti validi, completi e utili con un semplice clic. Scegliere consapevolmente di limitare il tempo di “scrolling” di contenuti che non ci apportano alcun beneficio, o peggio, fanno nascere in noi sentimenti negativi (invidia, insicurezza, rabbia…) è la strada per elevarsi, sia come utente, che come persona. 

Ecco quindi che il problema non è lo strumento ma l’uso che ne facciamo. Il “detox” digitale dovrebbe trasformarsi in una ben consapevole “dieta” e “stile di vita”, senza distacco dallo strumento ma con un suo utilizzo come mezzo per conoscere, comunicare e crescere.

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